Il Regno Unito aumenta la sua capacità di attrarre investimenti produttivi. Grazie alla svalutazione della sterlina, infatti, i costi d’impresa diminuiscono sensibilmente in Gran Bretagna, soprattutto rispetto agli Stati Uniti ed alla Francia. Tra i Paesi industrializzati, Canada ed Olanda sono quelli più convenienti per avviare nuove attività d’impresa. Il gap in termini di costo tra economie emergenti e Paesi industrializzati, rimane notevole: il Messico, infatti, è di gran lunga il Paese con i costi di business più bassi. L’Italia migliora leggermente la sua posizione (passa dall’8° al 7° posto), ma rimane tra i Paesi più cari per fare impresa. Tra gli Stati che registrano i costi d’impresa più alti ci sono la Germania e il Giappone. Quest’ultimo, in particolare, risente della combinazione “negativa” di una serie di fattori quali lo yen forte, il costo del lavoro molto alto e l’elevata tassazione sui redditi d’impresa.
Sono questi, in estrema sintesi, i risultati di “Competitives Alternatives 2010” lo studio internazionale realizzato da KPMG e giunto alla sua ottava edizione, che misura i costi d’impresa nei paesi più industrializzati in Nord-America, Europa e Asia-Pacifico. Oltre ai Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) sono inclusi nell’analisi anche Messico, Australia e Olanda, per un totale di 10 Paesi. L’indagine è stata condotta su un campione di 112 città prendendo in considerazione un paniere di 26 fattori di costo (tra cui costo del lavoro, livello della tassazione, costo delle facilities, dei servizi di pubblica utilità, etc.) su diversi settori produttivi (automotive, alimentare, chimico, farmaceutico, elettronica, IT, TLC, biotecnologie, etc.).
Nell’edizione di quest’anno, sono stati considerati anche una serie di“non cost factors” ossia fattori di “sistema Paese” tra cui la qualità delle infrastrutture, la sicurezza, l’ambiente regolamentare ed altri che incidono sulle performance di business di un’azienda.
L’Italia: il nostro Paese migliora leggermente la sua posizione nella classifica passando al 7° posto (era 8° nella precedente edizione) grazie soprattutto ad incentivi fiscali per gli investimenti, ma rimane tra quelli più cari. Avviare una nuova attività d’impresa in Italia costa come negli Stati Uniti. Tra i fattori che pesano di più c’è il costo delle utilities (elettricità e gas: l’Italia è tra i Paesi più costosi) e le tasse. Siamo fanalino di coda anche per quanto riguarda la qualità dell’ambiente regolamentare: l’Italia ha il record assoluto per quanto riguarda il tempo impiegato per risolvere eventuali controversie relative a lavoratori in esubero, con una media di 66 settimane ossia oltre 1 anno (rispetto alle 4 del Giappone o alle 8 degli Stati Uniti).
Mentre servono in media 257 giorni (circa 8 mesi) per ottenere tutti i permessi necessari per costruire un nuovo edificio destinato ad attività produttive/commerciali (contro i 40 giorni degli Stati Uniti).
Gli altri risultati della classifica: Il Messico è il Paese dove i costi d’impresa sono più bassi con un vantaggio di costo sostanziale rispetto a tutti gli altri Paesi del campione (in media è più conveniente del 20% rispetto agli USA). Tra i Paesi europei, l’Olanda è quello con i costi d’impresa
Tra i paesi europei si segnala la performance del Regno Unito, che scavalca Stati Uniti e Francia e si posiziona al quinto posto della classifica. Il deprezzamento della sterlina nei confronti del dollaro e dell’euro è stato il fattore principale alla base di questo miglioramento. In Europa, il Paese dove costa di più fare business è la Germania, soprattutto per l’incidenza del costo del lavoro, che è tra i più alti al mondo. Sempre in Europa, Francoforte è la città più cara mentre Manchester è quella più conveniente.
I settori: lo studio rivela una diminuzione dei differenziali di costo nel settore manifatturiero, dove non si registrano significative variazioni per i costi dei materiali e delle attrezzature. Con il settore che diventa sempre di più “capital intensive”, le differenze tra le diverse locations tendono a diminuire, raggiungendo il livello più basso da 15 anni a questa parte. I differenziali di costo invece aumentano per le attività di Ricerca e Sviluppo. Le differenze sono dovute essenzialmente al costo del personale (per impiegati tecnico-scientifici) ed al diverso trattamento fiscale. In questi ambiti che poi sono quelli che delineano la competitività di un Paese nella parte “alta della filiera”, dove si collocano le attività a maggior valore aggiunto, Australia, Francia e Olanda offrono le migliori performance, soprattutto grazie ai programmi di incentivi fiscali.
“Esiste una concorrenza sempre più agguerrita anche tra paesi europei che competono tra loro per attrarre investimenti produttivi. I recenti casi di delocalizzazione da parte di multinazionali presenti in Italia, confermano che questo è un tema all’ordine del giorno anche per la competitività del nostro Paese. Per attrarre investimenti produttivi od anche i Centri Direzionali delle grandi imprese multinazionali servono sempre di più incentivi fiscali ed agevolazioni soprattutto sul fronte della Ricerca & Sviluppo. Ma conta anche un ambiente complessivamente favorevole al business sotto il profilo delle infrastrutture fisiche e regolamanentari. Sotto questo profilo è essenziale portare avanti con determinazione il processo di modernizzazione e di sburocratizzazione della nostra economia.” Sottolinea Domenico Busetto, Partner KPMG, che ha curato la ricerca per l’Italia.
Michele Ferretti
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